Graphie n.93, 18 dicembre 2020

Stupore e silenzio nella scrittura di Lidia Sella
di Paolo Maria Mariano

L’aforisma è il regno della brevità: talvolta l’espressione di ciò che si ritiene essere il distillato di una pacata riflessione protratta nel tempo, talaltra l’emersione da un gorgo ampio e tumultuoso di pensie­ri, alla ricerca di aria per non affo­gare. Raccolti insieme, gli aforismi possono interconnettersi per asso­nanze concettuali o per dissonanze, quando si fronteggiano per contra­sto. La mutua vicinanza sulla pagi­na e il raggrupparsi tematico posso­no allora essere veicolo di ulteriori richiami e significati. È questa con­sapevolezza -ritengo -ciò che ha spinto Lidia Sella a suddividere in sezioni gli aforismi del suo Pensieri Superstiti (puntoacapo, marzo 2020) .- la cui scrittura è attraversata e parzialmente emerge dalla fascina­zione per il discorso scientifico intitolando ciascuna sezione con ciò che è -o meglio, si propone di essere
– il retroterra da cui gli afot-is1ni per­tinenti provengono e su cui ritorna­no ad affacciarsi.
Se si guarda a ogni sezione come a una poesia, ciò che sembra emerge­re è una poetica dello stupore che tende ad essere anche una poetica del silenzio, quest’ultimo inteso come tempo sospeso, ambito della riflessione, ricerca di voce interi0t·e. In ciascuna sezione c’è un ‘apparen­te lontananza concettuale tra le por­zioni che la compongono (ciascuna un aforisma); c’è anche una lonta­nanza tipografica: la scelta eh pro­nunciata scansione tra gli aforismi è, come elemento visivo, di per se stessa invito a ricercare il tempo della riflessione. La poesia -lo sappiamo -è anche materia di ritmo, eh musica, cioè di suono esteriore (perché vocale) e interiore. Il lieder era canzone (com­posizione pet· voce solista e piano­forte) ma era anche poesia, così ‘Accademia Svedese ha considerato poesia e ha premiato i testi delle canzoni di Dylan; la tradizione francese e quella russa intendono la poesia come “magia della musica”, che nella Achmatova e in Brodskij emerge anche da quella che fu la loro scelta di rivolgersi a strutture metriche classiche. «Quando ero giovane -diceva losif Brodskij ad Anne-Maria Brumm, durante un’in­tervista inclusa nella raccolta in Conversazioni (Adelphi, 2015) -più giovane intendo, la mia poesia, be’, la mia poesia, i miei versi, diciamo, eremo molto “sonori”. Usavo pa­recchia strumentazione. C’erano molti suoni. Semplicemente, del punto di vista fonetico era una poe­sia molto bella,, o meglio, mi sem­brava che lo fosse. (ride) Ma adesso ha un suono più impersonale. Direi che è (pausa) meno emozionante [ … ] quando scrivo preferisco ricor­dare. Il personaggio delle mie poe­sie è un personaggio che preferisce ricordare piuttosto che fare previ­sioni».
Suono e silenzio partecipano en­trambi della musica; John Cage provocò con il suo 4’33” di silenzio in cui il pianista rimane immoto davanti allo strumento, silenzio che emerge da un surplus di suoni. Così Lidia Sella tende -se così si può dire -a un silenzio attonito in tutte le sezioni del suo libro -quelle sezioni che, per analogia visiva, potremmo considerare come stanze arredate dagli aforismi, quali mobili diversi ma complementa1·i -e questo con l’eccezione eh Parola [p. 53], dove l’onomatopea rimbalza gioiosa e vi è un fluire verbale che rifiuta la stringatezza inseguendo il gorgheggio. Ho già citato lo stupore che appare nella scrittura di Lidia Sella; è stu­pore per la struttura del mondo, o meglio, devo dire, per la nostra per­cezione interpretativa della struttu­ra del mondo, e quello -lo stupore, intendo -la porta alla fascinazione per il discorso scientifico. La perce­zione di quel discorso è, però, velata perché non emerge dall’esercizio diletto, dalla prassi ad esso associa­ta; è mediata dal racconto altrui e quindi porta con sé la soggezione che la mediazione comporta. La fascinazione per la scienza -in par­ticolare per la cosmologia e la biolo­gia molecolare -è per Lidia Sella il ceppo attorno al quale intessere quesiti esistenziali. L’influenza di questa attrazione sulla propria scrit­tura appare in sezioni ( o stanze)
quali Teorie [p. 74], Fenomeni [p.36], Zero [p. 77], Infiniti [p. 43], Definizioni [p. 24]. In quest’ultima sezione, l’autrice scrive «Buchi
neri: il brivido del non essere». D’altra parte, però, se si identifica il “non essere”, vuol dire che esso è. Con \Wittgenstein, del “non essere” in senso cosmologico e ontologico si dovrebbe tacere perché non si può parlare… se non forse solo per sot­trazione -per un aspetto analogo si veda anche Emozioni [p. 30], nella proposizione finale. Ed è proprio Emozioni che introduce un altro fattore che motiva e sorregge Pen­sieri Superstiti: un senso intimo di malinconia, quello delle emozioni del proprio vissuto. Non è sorpren­dente questa traccia in chiunque scriva: siamo impastati di memoria e ciascuno scrive attraverso il sé di qui e ora, e attraverso il proprio vissuto da cui quel sé emerge. La nostra memoria, però, è selettiva ed evanescente; è influenzata e -di conve1·so -influenza il nostro senti­mento del tempo. Ed è proprio que­sto sentimento che pervade quasi in maniera prepotente Pensieri Super­stiti, che l’autrice stessa sostiene eh considerare «una zattera siti flutti del tempo», come scrive in immagi­ni [p. 41]. Della caducità che al tempo s’accompagna vi è una con­sapevolezza quasi dolorosa. La si vede in Fiume [p. 38], in Incontri [p. 42], in Infiniti [p. 43], in Ricette [p. 61 ], in Viaggio [p. 76]. L’autrice considera il tempo uno “schiaccia­sassi”, come scrive in Metamorfosi [p. 49], che porta (lo si vede in Ricette [p. 61]) al «mostruoso disfa­cimento del proprio corpo». All’ab­braccio del tempo oppone il deside­rio di lasciare una traccia (Profezie [p. 57]) che non lasci trasportare dal caos e dal caso, in essi annegando.
«Figlio del caos / il caso della vita», scrive a p. 27 in contrapposizione al titolo della sezione: Destini.
Quando parliamo di caos, dovrem­mo ricordare che esso riguarda i si­stemi dinamici; ha radici determini­stiche; è associato alla sensibilità delle equazioni differenziali alle condizioni iniziali -instabilità strut­turale nel senso di Poincaré -quel­l’instabilità che suggerì a Edward Lorenz, impegnato in modelli mate­matici dell’andamento meteorologi­co, di scegliere per una sua confe­renza del 1979 il titolo evocativo “Può, il batter d’ali di farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?” per rendere in maniera fi­gurativa il fenomeno di instabilità che arginava la possibilità di preve­dere l’andamento atmosferico per tempi lunghi, tramite il modello di cui discuteva. Perché il caos si veri­fichi, inoltre, un sistema dinamico deve essere tale che le traiettorie che esso descrive (le soluzioni di quelle equazioni che lo determinano) tran­sitino in tutto lo spazio degli stati sul passare del tempo e siano dense in quello spazio, nel senso che si possa andare “vicino” a qualsiasi stato. Del caso bisogna dire cosa innanzi­tutto s’intenda per esso. Istintivamente lo si dipinge come completa arbitrarietà. In realtà, se si guarda al caso in termini matematici, come misura definita su uno spazio di eventi… ma qui comincio a diventa­re tecnico e tenderei a fermarmi… comunque, se lo si vede in quel modo, si scopre che il caso – persino lui – ha le sue leggi (e sono stringenti) e perfino la sua regolarità, come ha chiaramente mostrato Martin Hai­rer, meritando per questo la ‘Meda­glia Fields’ nel 2014. Il ritratto che ne emerge è allora complesso e si discosta in certo qual modo da un as­sociazione d’istinto.
Se intendiamo quasi come parados­so la contrapposizione tra l’afori­sma di p. 27, già citato, e il titolo della sezione, Destini, e cerchiamo altri intendimenti simili in Pensieri Superstiti, possiamo anche trovare una certa simpatia dell’autrice per il paradosso. «lo credo nella verità che non esiste», scrive in Provoca­zioni [p. 60]. L’affermazione è offerta come verità… quindi almeno quella verità esiste.
Questi paradossi sono – per così dire – scivolamenti dell’immaginazione, ed essa, “l’immaginazione”, scrive in Destini [p. 27], «plasma il tessuto del reale», richiamando una vecchia fase di Einstein per il quale «l’immaginazione abbraccia il mondo». D’altra parte, ciò che si può dire è che l’immaginazione pla­sma la rappresentazione della no­stra percezione dei fatti soggiacenti alla percezione stessa. Da qui na­scono domande. L’autrice ne pone direttamente alcune in Domande [p. 29]: «Le particelle che ci com­pongono I rispondono al principio d’indeterminazione: I perché stu­pirci se siamo imprevedibili?»… e si dovrebbe ricordare, però, che è perché a livello macroscopico c’è cooperazione e interazione tra gli elementi costitutivi della materia, per cui l’indeterminatezza delle particelle subatomiche cui si asso­cia la possibilità di “essere contem­poraneamente” in stati differenti, viene per così dire “regolarizzata”. in termini tecnici si dice che la funzione d’onda collassa, cioè sceglie uno stato. Non bisogna interpretare il principio d’indetern1inazione (nei fatti associato alla circostanza che usiamo operatori hermitiani per de­scrivere la meccanica delle particel­le) in maniera fuorviante, né flettere altri esempi, come quello del gatto di Schrodinger ( quello chiuso in una scatola in cui l’apertura di una fiala di gas venefico è dovuta alla possibi­lità che si verifichi il decadimento di una certa sostanza radioattiva) – in cui il comportamento quantistico è condizionato dall’essere connesso a un sistema macroscopico – per sup­portare nostre convinzioni altre dal discorso fisico o per pura conve­nienza, come purtroppo capita in qualche divulgazione furbesca ma poi, in fondo, vacua; semmai questi aspetti mostrano l’importanza della ricerca sui fondamenti delle teorie fisiche.
A scala macroscopica quella del corpo umano, l’imprevedibilità na­sce dalle fluttuazioni della coscien­za, e come questa sia connessa al comportamento fisico microscopico.11011 è dato al momento sapere. Di certo l’osservazione del mondo pone domande; i tentativi cli risposta, poi, ne aprono ulteriori. E alle domande – sia quelle esplicite di Domande [p. 29] sia quanto è implicito in altri passaggi – si può accompagnare talvolta tristezza, o anche solo malinconia o disincanto per l’essere o per quello che poteva essere e non è stato. Quel sentimen­to, la malinconia, attraversa tutta la scrittura di Lidia Sella ma, infine, non riesce ad estromettere la gioia (Gioia [p. 39]), come non dovrebbe riuscire a fare in alcuno.