Strano virus il pensiero

 

Ultima copertina

editore: La Vita Felice
collana: Contemporanea
pagine: 69
pubblicazione: 2016
ISBN/EAN: 9788877997838

 

2 EDIZIONI:
Aprile 2016
Maggio 2016

 

RISVOLTO DI COPERTINA

Vivere significa riflettere, interrogarsi, senza chiudersi allo stupore, alla meraviglia. E Lidia Sella, ancora una volta, lo fa anche per noi. Il mistero del creato, la palude del quotidiano, il demone proteiforme dell’Amore generano in lei un pensiero che non accetta sistemi né definizioni, germina e ramifica in autonomia. Con ironia, e coraggio, il suo sguardo si posa sui fondamenti dell’essere (Spaziotempo, Naturacoscienza, Casodestino…). E sbriciola le sbarre della nostra prigione. Tra le maglie di questo percorso, in una successione di labirinti e lampi sull’abisso, è la parola a segnare il cammino. Una parola anche poetica, che coniuga filosofia e scienza e, mentre indaga fra le pieghe del reale o fluttua nel pulviscolo dell’immaginario, scopre insolite prospettive, raccoglie nuovi grani di significato.

 

RETRO DI COPERTINA

Strano virus

il pensiero

modifica il destino di chi l’ha concepito

e di quanti ne subiscono il contagio,

genera mutazioni persino all’interno del proprio nucleo,

trasforma il tessuto della realtà,

induce metamorfosi, rivelazioni o catastrofi.

A ogni contatto si moltiplica. Cambia aspetto. Si camuffa.

Grazie a strumenti di sua creazione

– dall’alfabeto alle sonde spaziali –

si diffonde con sempre maggior rapidità

e ora viaggia velocissimo

anche a ritroso nel tempo

fino all’ombelico del cosmo.

Inventore dei giochi che gli procurano emozione e piacere,

può diventare l’inconsapevole regista del proprio dolore.

Autolesionista oppure sadico, quando è malato.

Nella follia deraglia.

Impalpabile, così sottile, oscilla fra dubbio e fede,

un’onda che alterna esaltazione e cedimenti,

illuminazioni a misfatti.

Se abusa di alcol, droghe e autoanalisi

si sente un alieno nell’organismo che gli ha dato vita.

Il potere lo seduce, aspira all’eternità.

Trae alimento dalla conoscenza, da semi antichissimi,

dai riverberi di se stesso.

Per potenziare la rete delle sinapsi

ha costruito una moltitudine di sosia artificiali,

un cervello di dimensioni planetarie.

Al microscopio mostra la struttura di un albero infinito

e ramificazioni simili alla geometria dei frattali.

Dalle sue fronde millenarie spuntano talvolta nuove radici.

Verso il cielo. O l’inferno.

 

PENSIERI AL MARGINE DI STRANO VIRUS IL PENSIERO di Antonio Prete 

Le parole composte che qui intitolano le sequenze dei pensieri –spaziotempo, ieridonami, imagorealtà, e così via-  fanno dell’opposizione semantica un dialogo, della differenza una contiguità. Lo sbalzo tra due figure del sapere – e del vedere, e del sentire-  si attenua nella reciprocità del riverbero. Tempo e spazio, materia e energia, dolore e felicità, caso e destino, e così le altre rappresentazioni, sono qui figure dell’esistenza, e dell’essere : unendosi, generano una conoscenza che si può definire poetica. Come diciamo poetica la sapienza che era propria degli antichi. I pensieri qui si affacciano non sul polemos di quell’antica sapienza ma sul principio vivente. Cercano, forse, lo sguardo di Empedocle che si sporgeva sul “pensiero delle cose”?

Scrittura in cui il movimento della parola non si distende nella prosa né si raccoglie nel ritmo del verso, nella sua regolare scansione. Scrittura che ama la variabilità delle misure, dei toni, dei registri. E può essere prosimetro, verso libero, aforisma, frammento, tentando di seguire l’ondulazione del pensiero. Esperienza dell’abbandono al passaggio del pensiero. Al passaggio della poesia.

Un pensiero che sa di non poter fare a meno di una compresenza : il brivido del soggetto e il brivido stellare, le ombre della coscienza e l’abbaglio dell’origine, la parola che dice nomi e i silenzi abissali.

Poesia è chiedersi : come pronunciare un nome sullo sfondo di cosmografie abissali?

Il microcosmo e il macrocosmo : come fare del loro rispecchiarsi un dialogo, della loro reciprocità un comune respiro, della loro misura una domanda d’infinito? “La struttura dell’atomo e il cosmo infinito /nei tuoi occhi riflessi allo specchio” : si può leggere in quegli occhi una cura della bellezza che è nell’universo?

Il bianco che separa le parole, le fa distanti o prossime, le oppone, insegue, circonda, riempie di silenzio e di attesa. Il bianco che dissipa il continuo, sfrangia il discorso, celebra la frase. Da questo bianco muove la meditazione. Per questo bianco la lingua si fa pensosa e immaginosa. E sta in ascolto del corpo, del suo pulsare, cercando di avvertire un qualche accordo con il pulsare dei corpi celesti.

Poetica del desiderio. Il desiderio –lucrezianamente- è un’onda di vita che trascorre nella natura : tutti i corpi animali e vegetali ne sono partecipi. Nel desiderio la singolarità attinge la relazione con il mondo fisico, e l’altro, il corpo dell’altro accolto nell’ amore, è un’ inattesa, e inconsapevole, concrezione dell’universo. Confine che testimonia lo sconfinamento.

Poetica del dubbio. Domandarsi è  cercare.  Schermarsi dalla pretesa luce delle fedi è cercare l’ombra  dove allestire il convito, cioè l’incontro e l’ospitalità dei passanti.  La poesia nasce quando si è dissipato ogni dogma, quando credere vuol dire solo scrutare un orizzonte che si muove, sempre, di là dal nostro cammino.

“Nudo pensiero, senza parole”. Ritrovare la parola necessaria a dire questa nudità, conservando l’incanto del silenzio,  è il cammino della poesia.

Siena, 28 gennaio 2016

 

POSTFAZIONE di Giulio Giorello 

“Monoteismo, monogamia: monotonia della monomania”, dice Lidia Sella nelle pagine di questo volume dedicate a “Religionespiritualità”. Evidentemente, anche lei non ama quella che Adonis, il grande poeta del mondo arabo contemporaneo, chiama “visione monocromatica del mondo” (vedi, per esempio, il suo Violenza e Islam, conversazioni con Houria Abdelouahed, tr. it. Guanda, Milano 2015). Una personale “religione del dubbio” spinge Lidia a riscoprire l’intrinseca pluralità della condizione umana: un caleidoscopio che coraggiosamente resiste all’incubo di qualsiasi monomania. Del resto, in un altro suo libro ha scritto: “Orme latine / nella radice lib? / Libido, libagione, / nessun piacere / senza libertà” (La figlia di ar, La Vita Felice, Milano 2011).

Nel titolo di questa sua nuova fatica colgo un’eco delle provocatorie idee di Richard Dawkins circa il ruolo dei “memi” che costituiscono le unità base della cultura, come lo sono i geni per il vivente. Il virus del pensiero contagia le menti più diverse, generando differenze e complessità, ed è così che ci salva dalla monotonia.

La forte laicità che scaturisce dal ragionamento poetico di Sella non mira, però, alla sterile contrapposizione tra libero pensiero e religione istituzionalizzata; piuttosto, lei potrebbe far sua quell’altra battuta di Adonis per cui “la religione non è una identità”. Nessuna religione. E se si assume tale atteggiamento critico, c’è ancora posto per una nostalgia del vecchio Dio che, una volta “accesa la miccia del Big Bang”, si è rifugiato in qualche piega dello spazio-tempo di cui trattano i fisici! Ma così facendo il Signore dell’universo ha lasciato l’ambiguo dono della libertà alle sue creature; però, al tempo stesso, ha ceduto il proprio ruolo a “presuntuose divinità” avide di “colonizzare il cosmo”.

C’è metodo, dice Sella, anche nel delirio. Sono tali divinità, partorite da un’immaginazione nutrita di terrore, che hanno prodotto non solo confusione ma soprattutto discriminazione: come quella tra puro e impuro, che dà per scontato che solo il primo sia degno dell’essere e che il secondo, invece, debba venire inesorabilmente stroncato. Giocando sul legame etimologico tra puro e pur (termine greco per fuoco), Lidia evoca una delle figure filosofiche più tragiche, quella di Giordano Bruno, il teorico dell’universo senza confine popolato da innumerevoli sistemi solari. Nel carcere dell’Inquisizione era solito condurre i suoi sventurati compagni di prigionia a spiare il cielo da una finestrella e indicava una stella dopo l’altra, “dicendo che quella era un mondo e che tutte le stelle erano mondi”. Chi si prenda la briga di sfogliare il bellissimo volume di Luigi Firpo, Il processo di Giordano Bruno ( a cura di Diego Quaglioni, Salerno Editrice, Roma 1993) si imbatterà nel ritratto di quel “publico heresiarca, et non già intorno ad articoli leggeri, ma intorno alla incarnazione del Salvator nostro et alla santissima Trinità”, come recita il verbale del Collegio veneziano del 22 dicembre 1592. Davvero terribile virus il pensiero! Tradotto a Roma, Giordano sarebbe stato ridotto in cenere il 17 febbraio 1600. Come racconta una testimonianza dell’epoca: “Giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbruggiato vivo quello scelerato frate domenichino da Nola”. Ma mentre il fuoco avrebbe dovuto spegnere il contagio, lo scelerato era riuscito ancora a dichiarare “che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso.”

La poesia di Lidia invita chi legge a seguire la traiettoria di quel fumo, senza alcuna preclusione ideologica, o discriminazione politica, e senza alcuna forma di scientismo. E il

paradiso, per lei, non è altro che il territorio della parola. L’autrice non dimentica mai che anche la più audace e sottile filosofia “è figlia della materia”. Del resto, con un editto romano (7 agosto 1603) l’Indice de’ libri proibiti doveva venire aggiornato in modo da includere proprio “tutti i volumi del Nolano”. Di nuovo, la paura si rivela compagna ineliminabile della monomania. Però, quell’editto contiene, senza intenzione, anche il riconoscimento della forza della pagina scritta o stampata. Perché un grande libro, ci dice Lidia, è “incontro alchemico / di anime / inchiostro / e sangue.” Per questo è invincibile.