Rinascita, 17 aprile 2007

Annunciazione di Donatello

Poiché nessuno può sfuggire al confronto col dolore, la nascita si rivela un evento lieto solo in apparenza. Solitudine, malattie e vecchiaia non sono che le tappe di un percorso obbligato. E quanto più l’esistenza sarà lunga, tanto più il carico della sofferenza risulterà pesante.

L’uomo però ha anche la possibilità di provare che cosa sia la gioia. E senza dubbio il male che ci tocca patire qui sulla Terra, appare pur sempre preferibile al buio abbraccio del nulla eterno.

Qualcuno, in effetti, resta chiuso fuori dal cinema per tutto il tempo. A noi invece è stata offerta la straordinaria opportunità di vedere questo film. Se alla fine lo spettacolo sarà stato deludente, avremo almeno conosciuto qualcosa, la bellezza, l’arte, l’amore, la musica.

Arriverà tuttavia un momento in cui persino il neonato che ora ci sta sorridendo, dovrà andarsene. Si sa: il dono della vita racchiude in sé il regalo della morte; il primo rintocco coincide con l’istante del concepimento.

Portare in grembo una creatura che prima o poi dovrà morire e che dovrà morire solo perché – o proprio perché – noi l’abbiamo messa al mondo, è la tragica parte che la natura ha destinato alle madri.

Ebbene, nell’Annunciazione di Donatello, nel viso della sua Madonna di pietra, nell’espressione dell’angelo, così partecipe eppure così impotente, mi è sembrato di leggere il riflesso di quest’angoscia, quasi una disperazione muta, scolpita nella consapevolezza che l’annuncio di una gravidanza non riguarda solo l’occasione festosa della nascita ma si riferisce anche a tutto ciò che verrà dopo, a tutto ciò che la nascita – che ogni nascita – inevitabilmente comporta.