Rinascita, giovedì 21 giugno 2007

Andrea Zanzotto nasce a Pieve di Soligo nel 1921. Nel 1950 una leggendaria giuria composta fra gli altri da Montale, Ungaretti e Quasimodo, gli assegna il premio “Milano-San Babila” per la poesia. Raffinata e vastissima la sua produzione letteraria successiva.

In questa intervista il poeta del paesaggio e dell’inconscio ci parla si sé e della sua opera.

Schivo e super impegnato, non è stato facile combinare un incontro con lui. Dopo mesi che lo inseguivo, ci sono riuscita. L’ho incontrato a Padova, all’inizio di aprile del 2002, a casa di suoi affezionatissimi amici.

Lo sguardo ironico ma velato di malinconia di Andrea Zanzotto è quello di un uomo sofferente e dolcissimo, inchiodato alle sue profondità, ai diktat del suo intelletto.

Abbiamo parlato a lungo, piacevolmente. Ecco il resoconto della nostra conversazione.

Fino a che punto si rispecchia nella sua opera?

Quando c’è un orizzonte artistico, che presuppone l’arte in quanto espressione di una personalità, una parte di noi passa inevitabilmente sotto silenzio, rimanendo impigliata nel profondo. Così ci rendiamo conto, magari più tardi, di ciò che avevamo omesso e comprendiamo che forse era più importante di quel che abbiamo detto.

Quando ero giovane, ero diverso, eravamo diversi tutti: c’è stato un mutamento generale, enorme. Può essere drammatico percepire dunque la divaricazione del tempo che passa, dei tempi che cambiano. C’è però un filo che mi fa sentire mie le poesie che ho scritto tanti anni fa: nella mia opera riconosco quella continuità che viene dalla lontananza della propria personalità, almeno finché questa non sia ottenebrata del tutto.

La sua ispirazione è capricciosa?

Di fondo, è costante. C’è sempre la spinta a manifestarsi, persino ora, quando tende a crescere un senso di demotivazione connesso all’età… Ogni tanto mi capita di prendere appunti, li lascio sedimentare, talvolta restano lì magari anche un anno. I singoli frammenti, che poi sono frantumi, vengono fuori così, spontaneamente. In alcuni frangenti, nascono già abbastanza sagomati; in altri casi, invece, l’intero componimento riesce, ma c’è un verso che non funziona e, allora, bisogna aspettare che maturi per proprio conto.

Il cuore e lanima, la mente, i sensi, la cultura, gli ideali, la sofferenza: quali sono i fattori che più la condizionano nella vita e nellarte?

Le ferite dolorose, quelle che ci accompagnano da sempre e che spingono a cercare consolazione nell’atto creativo, a vivere l’arte come possibile autoterapia. L’impulso artistico può nascere dalla gioia, dall’indignazione, da tutti i sentimenti. Nel mio caso, viceversa, un quid amarum ha segnato con maggiore o minore intensità tutta la mia esistenza. Forse perché vicissitudini di ogni genere – la perdita di due sorelline, le persecuzioni politiche subite da mio padre, disturbi come l’allergia – mi hanno tormentato fin da bambino.

Lamore, lamicizia, le relazioni umane in generale, quanto contano per lei? Dostoevskij sosteneva che si può amare il prossimo solo se prima si ama se stessi. Edaccordo?

Timidezza, impaccio e infine noncuranza hanno in genere caratterizzato le mie relazioni col prossimo. Già da ragazzino mi sentivo disorientato di fronte alla molteplicità delle opinioni altrui, vere o false, significative o insignificanti, illuminanti o sciocche, ma tenute comunque a una qualche distanza.

Il rischio di soffrire ha inoltre rappresentato per me un poderoso deterrente nei rapporti con gli altri.

Ciononostante, in gioventù, sono stato vittima di tremendi coinvolgimenti amorosi. Ricordo quando Pavese s’è suicidato, nell’agosto del ’50… Ne ebbi un grave contraccolpo. “Se mi trovassi in una situazione simile, come reagirei?” – mi domandai -.

Così, nei confronti del suicidio, sviluppai un misto di attrazione e paura. E poiché avevo già subito parecchie delusioni, m’imposi di schivare le emozioni troppo forti.

“Lamor fou” dura poco e, quando finisce, linterrogativo che uno si pone è: “Quali misteriose circostanze hanno congiurato per farmi scivolare in un simile vuoto di stabilità interiore?

Sono giunto anche alla conclusione che un grande amore può resistere soltanto in virtù di una pigrizia mostruosa. Il terreno dove Eros getta il suo seme è una sorta di calamita che fa perno sulla zona più fragile della psiche. Davanti all’amata restiamo come abbacinati, affatto dimentichi dello sconfinato universo femminile che ci ruota attorno. Mentre sarebbe sufficiente girare la testa dall’altra parte e…

Nella mia vita, in definitiva, credo di aver sperimentato tutta la scala degli affetti umani: dall’Eros vero e proprio, completo, che comprende anche la fisicità, all’amor platonico – sentimento oggi giudicato forse strano, assurdo, poco comune – fino alle passioni “sublimi”, quasi mistiche.

Che senso ha dato alla sua vita?

Mi ha salvato una passione profonda – e perciò vitale – per la bellezza della natura, per lo studio aperto a ogni interesse.

Nonché il rivelarsi, divenuto stabile presenza, dei valori della letteratura, e del loro potere salvifico.

Ho dato molto peso all’arte, ho mirato a introdurmi in ambienti culturalmente stimolanti, dove fosse possibile ragionare, e discutere, soprattutto di letteratura, poesia e filosofia.

Mi sono accostato alla poesia come a una forma di religione, mettendomi però in seconda fila, senza illusioni, pentimenti, né false umiltà. E, ben sapendo che i veri poeti sono rarissimi – pochi per secolo – non ho mai aspirato a “gradi elevati”. Né l’attenzione che il pubblico e la critica mi hanno abbastanza spesso riservato, ha in alcun modo mutato il mio giudizio su me stesso: mi ritengo solamente uno che, qualche volta, “qualcosa” è riuscito a esprimere. Il traguardo di vita che mi sono posto, la meta più alta per me, è quel certo “ron ron” discreto di serenità… Non è uno scenario triste. Al contrario. E’ un piccolo equilibrio – in verità mai del tutto raggiunto – dove ci sono affetti abbastanza intensi per non essere noiosi e nemmeno così prepotenti da sovvertire il nostro ordine interiore.