Giuseppe O Longo su “Avvenire” giovedì 8 dicembre 2016

Veniamo al mondo dopo un periodo indeterminato di buio non-essere, di sordo non-tempo, di immoto non-spazio, in un mistero dove l’infinitudine incontra il finito che per breve tratto si chiama vita. E ci troviamo nello sbigottimento del mondo rimbombante e multicolore: per sopravvivere dobbiamo costruire con il corpo e con la mente una realtà semplificata, più adatta ad ospitarci. Felicità della scoperta, della calda pienezza: e vorremmo che questo appagamento durasse al di là dell’incrocio dei tempi, oltre l’angoscia di non essere più bambino, oltre il terrore di avvicinarci alla fine, tanto più atroce in quanto si è gustata la vita fatta di sangue, di vene, di occhi. E tutto questo luminoso stupore è destinato a finire con la morte: ma prima della morte le domande, che si moltiplicano di fronte al mistero del mondo e del sé nel mondo, ed è questo domandare, questo ricercare il senso che rende la vita degna di essere vissuta.

E di domande, di dubbi, di esitazioni, ma anche di illuminazioni e di rivelazioni sono fatte le poesie di Lidia Sella (Strano virus il pensiero, La vita felice, 2016, pagg. 70, € 12), scrittrice affascinata dalla scienza, che affronta con ardimento il ponte che congiunge e separa i concetti della fisica, della biologia, della psicologia dalla loro espressione poetica: l’espressione primigenia, di quando per la prima volta la parola incendiò la mente e il cuore dell’uomo, trascinandolo in quella tormentosa interfaccia tra il dentro e il fuori del mondo nella quale siamo costretti a vivere. Le polarità espresse dai titoli dei capitoli: materiaenergia, buioluce, suonosilenzio, spaziotempo, naturacoscienza, esserenulla, religionespiritualità, maschilefemminile, casodestino e via elencando… sono oppositive ma anche congiuntive e si aprono a squarci di vera poesia, quella che supera le parole come se fossero trasparenti e allude a una verità ulteriore.

L’ambizioso intento lucreziano di cantare la natura delle cose è sostenuto in Lidia dalla metafora fondante: il pensiero come virus, contagioso dunque, trasformativo e catalizzante, metafora che tuttavia incontra il suo incaglio nel rapporto, non risolto e forse non risolubile, tra pensiero e parola. Abbiamo una sola bocca e le cose dobbiamo dirle una dopo l’altra, invece là dietro i pensieri corrono insieme come fiammelle bluastre per i neuroni, le sinapsi a miliardi, e si affollano per essere detti tutti in una volta. Le cose non bisognerebbe mai dirle, perché vien fuori altro e si creano equivoci a non finire: la lingua ci parla. Con la bocca possiamo dire “infinito”, e quella sorta di maricino interiore di piccole onde, il cui asintotico pullulare sembra dirigersi verso il bordo dell’abisso, si manifesta nella forma sorprendente e quasi meschina di un suono di quattro sillabe, dove non è rimasto nulla dell’increspata vertigine sottostante. Le parole non dicono, ma abbiamo soltanto parole: e da questo stretto pertugio quasi impraticabile, Lidia trae versi sorprendenti, torsioni inattese, aforismi fulminei, spesso animati da vocaboli e da immagini che non fanno parte dell’armamentario usuale dei poeti ma ai quali dovremo pure abituarci se non vogliamo lasciare ai professionisti della scienza il monopolio asettico e spesso piatto della sua comunicazione, con pregiudizio della bellezza che nella natura e nell’uomo canta e si squaderna. Oggi si legge poca poesia, ma questo libro va letto e meditato perché indica una strada sui cui bordi ondeggiano al vento cosmico miriadi di pascaliane canne pensanti.