Libero, 4 gennaio 2009

Un amico ride a crepapelle e tu lo segui a ruota, contagiato dalla sua allegria. Ti è capitato persino di balbettare, mentre parlavi con un balbuziente. Talvolta non sei tu a governare le tue reazioni. Ma i tuoi “neuroni specchio”. Che, a parte queste piccole “bravate”, assolvono funzioni di primaria importanza. Perché infatti, senza neuroni specchio, l’essere umano avrebbe difficoltà a prevedere i movimenti, intuire le intenzioni, comprendere le emozioni altrui. Dentro un cervello così, commozione, empatia e amore sprofonderebbero come la luce che precipita in un buco nero. Laggiù, dietro l’orizzonte degli eventi, finirebbero anche politica, religione, sport, ogni forma d’arte.

Invece l’uomo è un “animale” sociale, “progettato” per condividere esperienze, passioni, persino tormenti. Tanto che la nostra specie, nell’intento di agevolare la comunicazione fra i propri simili, ha adottato uno strumento infallibile, rappresentato dalla spinta inconscia a imitare il comportamento del prossimo, a sintonizzarsi su stati d’animo disparati, addirittura a replicare in automatico le espressioni stampate sul volto dei nostri interlocutori. Questo bisogno di manifestarsi, da un lato, e immedesimarsi dall’altro – già registrato sul fronte del linguaggio, com’è attestato da frasi del tipo “Te lo leggo in fronte”, “Mettiti nei miei panni” – ora viene interpretato secondo criteri scientifici, facendo riferimento appunto ai neuroni specchio.

“I tre principi di Serendip” (dall’arcaica denominazione araba di Ceylon), eroici protagonisti dell’antica fiaba persiana omonima, scovavano di continuo cose straordinarie, senza nemmeno averle cercate. In rare occasioni la “serendipità” evade però dal regno delle favole e approda nella realtà. Come all’inizio degli anni Novanta, quando i neuroni specchio si rivelarono al mondo. Un’equipe di neurologi guidati da Giacomo Rizzolatti, ordinario di fisiologia presso il dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma, era impegnata in una serie di esperimenti sui neuroni motori dei macachi. Provate a figurarvi la scena. Un ricercatore in pausa sottrae una manciata di noccioline dal contenitore predisposto per le cavie da laboratorio. Ed è sul punto di portarsele alla bocca quando l’oscilloscopio segnala un’imprevista attività neuronale nella corteccia premotoria dello scimmione che ha appena assistito all’inconsueto spuntino. Si chiarirà in seguito come la semplice circostanza di osservare qualcuno che accosta un alimento alla bocca induca nel primate l’attivazione dei medesimi neuroni specchio che entrano in gioco se è l’animale stesso ad avvicinare del cibo alla propria bocca. Da allora si ricorre al termine “neuroni specchio” per indicare quei particolari neuroni motori che si attivano sia quando un individuo compia un’azione, che nel caso risulti mero spettatore.

Grazie alla tomografia e alla risonanza magnetica è stato poi possibile monitorare “il comportamento” dei neuroni specchio in soggetti umani. Notevoli i traguardi raggiunti in quasi vent’anni di indagini. Si è stabilito che il sistema procede su un doppio binario: i neuroni specchio ubicati sulla superficie laterale degli emisferi consentono di decodificare le “azioni fredde”, prive cioè di contenuto emozionale; quelli presenti nell’insula e in strutture cerebrali profonde sono viceversa coinvolti nei processi di “intelligenza emotiva”.

È risultato che solo i neuroni specchio degli umani “si eccitano” di fronte alle azioni intransitive (movimenti gestuali, simbolici, mimati, etc.). Si è scoperto che i nostri neuroni specchio non si limitano ad “accendersi” dinanzi alle azioni reali, ma si “agitano” anche quando evochiamo un evento a parole, ne leggiamo una descrizione, lo vediamo riprodotto in maniera virtuale o lo immaginiamo soltanto. Si è appurato che, per capire un’emozione o una situazione, i neuroni specchio ci spingono anzitutto a simularla in noi.

Si sa per certo che i neuroni specchio vengono condizionati da fattori ambientali. Si ipotizza d’altronde che ognuno di noi disponga di un personale bagaglio di neuroni specchio già operativo sin dai primi minuti di vita. Tutte notizie inserite in un saggio divulgativo intitolato “Nella mente degli altri – neuroni specchio e comportamento sociale” che Giacomo Rizzolatti, assieme a Lisa Vozza, ha pubblicato con Zanichelli.

A Rizzolatti abbiamo chiesto: “casi patologici a parte, i neuroni specchio funzionano in modo diverso da una persona all’altra?” Sorprendente la risposta: «È accertato che il meccanismo dei neuroni specchio risulta più sviluppato nelle donne. Rispetto ai maschi, non a caso, esse mostrano una maggior empatia verso la sofferenza altrui».

Se per assurdo l’attività dei neuroni specchio non conoscesse un freno, la nostra esistenza si tradurrebbe in un’interminabile catena imitativa?

Rizzolatti ci spiega che, per fortuna, non corriamo questo rischio: “È il lobo frontale, il nostro “comandante esecutivo”, a inibire – se necessario – l’impulso imitativo. Prova ne sia che pazienti con vaste lesioni del lobo frontale presentano la tendenza a imitare in modo compulsivo i movimenti altrui”.

Chi è affetto da autismo, manca dì fluidità nei movimenti e vive un esilio esistenziale caratterizzato dall’incapacità di leggere in sé e di interagire emotivamente con gli altri. Dallo studio dei neuroni specchio potrebbero scaturire nuove cure per questa patologia? Rizzolatti non lo esclude, quantomeno per le forme di autismo non grave: «Nei soggetti affetti da autismo, i neuroni specchio appaiono “dormienti” e le connessioni sinaptiche indebolite. Oggi si stanno elaborando strategie riabilitative basate sull’esercizio fisico, che potrebbero in futuro riattivare questi congegni “difettosi”, rendendo così più efficienti neuroni e sinapsi».