Intervisa a Lidia Sella su “Il Giornalaccio” marzo 2017

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La nostra InterSvista a Lidia Sella

D. Per scrivere da professionisti, basta il talento innato?
R. Il talento va accompagnato da buone letture. Anche l’esperienza del giornalismo aiuta ad affinare arti e tecniche del mestiere. Insegna a catturare l’attenzione del lettore, a coinvolgerlo sul piano emotivo, a calarsi nei suoi panni. Abitua a usare la logica, e la sintesi. Costringe infatti a un’autocritica feroce. Prima di mettere mano alla penna, occorre avere idee chiare, documentarsi molto, controllare autorevolezza delle fonti e correttezza dei dati da divulgare, prevedere ogni possibile obiezione alle tesi che sosteniamo. E puntare alla massima semplicità, a un’espressione “sin plica”, priva di pieghe superflue.

D. Su per giù quanti libri hai letto per ogni opera che hai scritto? Oppure: quanti libri occorre leggere per poter scrivere professionalmente?
R. Nel 1999, ad esempio, per pubblicare “La roulette dell’amore” con Bur, ho compulsato quasi 100 mila pagine, in sei, sette mesi di letture forsennate. In quel periodo potevo permettermi al massimo due o tre ore di sonno a notte. 

D. Quanti libri occorre leggere per poter scrivere professionalmente?
R. Non credo esista una regola. Quanto a me, ho letto migliaia di libri, circa una sessantina all’anno, a partire da quando ero ragazzina.

D. Poesia, narrativa, saggistica, giornalismo: se un genere ti ha catturato più degli altri, sai il perché?
R. Leggo con trasporto sia la saggistica che la letteratura. Non saprei tuttavia confezionare un romanzo. Sono più portata per il giornalismo culturale, le disamine ideologiche, gli affreschi sociologici. Ho composto parecchi aforismi. Sono forse dotata di una certa vena poetica. Condisco i miei testi con un pizzico di ironia. Privilegio la sintesi, e un linguaggio immaginifico. Mi sforzo di approdare a una scrittura limpida, asciutta. Il mio argomentare si chiarisce proprio mentre limo l’espressione, e procedo a caccia di parole affilate, luminose. Nel trasmettere suggestioni, e pensiero, miro a sovvertire i normali parametri di riferimento, a provocare la sfera razionale del lettore, e pizzicare le corde del suo cuore, con una sorta di vocazione maieutica a far affiorare nuovi scenari interiori. Un approccio, uno stile che senza dubbio rispecchiano la mia personalità. Eppure mi hanno affascinato anche autori lontanissimi dal mio gusto, dal mio sentire, prolissi, triviali, saturnini, inquietanti, (Berto, Celine, Bukowski, Pessoa, Kafka, etc.) e, ciononostante, a poco a poco le loro opere sono diventate parte di me. Poiché la letteratura e la sete di conoscenza spingono a un viaggio continuo. Negli altri, dentro la vita.
Noi proviamo amore solo quando si crea un’alchimia. E non possiamo prevedere quando una parola, uno stato d’animo, un ragionamento ci colpiranno. Tutto dipende da dove ci conduce il nostro Sé, da quanta fame ha, da ciò che reclama in un determinato momento. Affrontiamo infatti letture differenti, nelle varie fasi dell’esistenza. E se, di volta in volta, siamo attratti da tematiche diverse, è perché noi stessi intanto siamo cambiati. In virtù delle esperienze maturate, degli incontri fortuiti. O per merito, appunto, dei libri di cui ci siamo nutriti. E innamorati. Sia quelli che ci sono capitati per caso, sia quelli che abbiamo disperatamente cercato.

D. La scrittura di oggi esige una differente preparazione culturale rispetto a quella necessaria ieri?
R. In linea di massima, no. Sebbene oggi il pubblico sia forse meno esigente di un tempo.

D. Di chi è la maggiore responsabilità se in Italia si legge così poco?
R. Genitori ignoranti; una classe docente spesso impreparata e demotivata; media asserviti alle logiche del “politicamente corretto” e incapaci di costruire proposte culturali accattivanti; un potere becero, corrotto, digiuno di sapere e bellezza, poco propenso a educare i suoi cittadini, a risvegliarne le coscienze.

D. Come lo vivresti un eventuale insuccesso di critica e successo di pubblico?
R. Un successo tributato da un pubblico di nicchia, associato alla stroncatura da parte di un critico mediocre, costituirebbe ai miei occhi una conferma sulla qualità della mia produzione. Se invece fosse un letterato di prim’ordine a esprimere riserve sul mio testo e, al contempo, raccogliessi attestazioni di favore da un pubblico di bocca buona, allora inizierei a preoccuparmi.

D. Il tuo rapporto con l’editore è generalmente più d’amore o di odio?
R. Con il mio editore il rapporto è sereno.

D. Vincere oggi un importante premio letterario, appaga l’Ego dell’Autore tanto quanto soddisfa la sua borsa?
R. Il riconoscimento in termini economici del proprio valore letterario contribuisce senza dubbio a rafforzare l’autostima. Però sono convinta che un premio letterario regali, per lo più, una soddisfazione di natura intellettuale.

D. Incide, nel successo di uno scrittore, l’appartenenza ad una corrente politica o ideologica o ad una lobby culturale?
R. Chi conta sull’appoggio di una lobby, certo potrà ricavarne grossi vantaggi.

D. E’ possibile, oggi, che un grande scrittore non venga mai scoperto e resti per sempre nell’ombra?
R. Si, è possibilissimo. Per evidenti questioni di fatturato, oggi il mercato editoriale corteggia di preferenza il grande pubblico che, per sua natura, ha gusti popolari. Già di per sé i capolavori sono rari, ma quand’anche si pubblichino, in pochissimi ormai saprebbero apprezzarli. Il nostro Paese versa difatti in uno stato di degrado culturale spaventoso. La lingua italiana sembra un malato terminale. Analfabetismo di ritorno e disaffezione alla lettura crescono in maniera vertiginosa. In compenso la scuola punta tutto sull’inglese e l’informatica, due strumenti vani, se svuotati di contenuti. Nel frattempo il pensiero è passato di moda, fa quasi paura. Non è un caso perciò se tutti rifuggono da letture impegnative. Le vendite di manuali di cucina, “trattati” astrologici e romanzetti d’appendice non subiscono flessioni. Anzi.

D. Può durare oltre la sua generazione la fama di un mediocre scrittore asceso agli allori per ragioni “promozionali”?
R. Tendenzialmente no. A meno che il livello culturale medio della popolazione sia destinato a un progressivo, ulteriore declino. 

D. Quando metti la parola fine a una tua opera, hai la consapevolezza di quanto sei riuscito a dare o a non dare?
R. Si.

D. Hai mai provato il desiderio di rinnegare qualcosa che hai scritto?
R. Si, soprattutto sotto il profilo stilistico, e a distanza di qualche anno dalla data di pubblicazione. 

D. Leggere un’opera altrui che giudichi eccellente ti stimola o ti scoraggia?
R. Mi conforta. Mi sento meno sola. Credo nel contagio delle intelligenze. Un’influenza che si diffonde attraverso i secoli. E i millenni.

D. Hai già scritto l’opera che hai sempre voluto scrivere?
R. Si, “Strano virus il pensiero”, con riflessioni di Antonio Prete e postfazione di Giulio Giorello, edito nel 2016 da La Vita Felice.

D. Cosa ami del mondo e del tempo in cui vivi? Cosa detesti?
R. Amo le scoperte scientifiche, lo sguardo umano che si spinge sempre più in là nel micro e macro-cosmo, il progresso tecnologico, la possibilità di raggiungere Paesi lontani in tempi brevi.
Detesto rumore, bruttezza, corruzione, degrado, ignoranza, ipocrisia, maleducazione, superficialità. Non sopporto i ritmi frenetici, la disinformazione, l’omologazione, il melting-pot globale. E la prigione informatica.

D. Quale luogo comune, imperante nel nostro tempo, vorresti sfatare?
R. Tutti i valori propugnati dal “politicamente corretto”.

D. Qual è il valore più importate che ritieni vada difeso o recuperato?
R. Ritengo che i valori da difendere siano molti: la compattezza etnica; la sovranità territoriale, politica e monetaria; l’orgoglio per le antiche radici della nostra civiltà; la cultura umanistica; il sapere scientifico; le letture raffinate; la tutela del paesaggio e del patrimonio artistico-culturale. 

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