Gilberto Isella “Giornale del Popolo” 4 giugno 2016

Recensendo Eros, il Dio lontano (“Palchetto” 7.06.14), osservavo che la poetessa milanese Lidia Sella ha le carte in regola per trattare, nelle forme di un lirismo disteso, tematiche di portata filosofica ampia, all’insegna diremmo del leopardiano “pensiero poetante”. Allora si trattava dell’amore, mentre nella nuova raccolta dal significativo titolo Strano virus il pensiero (La Vita Felice, 2016) sono in causa i fondamenti dell’essere nel loro insieme (Spaziotempo, Materia, Energia, ecc.), così come le modalità dell’umano riflettere. Virale e per così dire inarrestabile, in questo contesto, è il diffondersi di un pensiero mai uguale a se stesso («a ogni contatto si moltiplica»), contraddittorio e sempre coinvolto con il mondo delle emozioni. Ma virale è anche il canto dell’universo che «nella tua cella» fa spandere «il chiarore di un istante lontano», l’incanto dell’infinito. Non è un caso che il libro sia accompagnato, oltre che da una nota di Antonio Prete, da puntuali considerazioni di Giulio Giorello, il noto filosofo ed epistemologo, che a proposito dell’autrice pone in evidenza una personale religione del dubbio, tale da portarla a riconoscere «l’intrinseca pluralità della condizione umana: un caleidoscopio che coraggiosamente resiste all’incubo di qualsiasi monomania».

Il fatto stesso di assegnare all’immaginario poetico, ai ritmi e alla musicalità dell’eloquio il compito di tener vivo il cogito, immunizza il discorso da dogmi o fastidiose gergalizzazioni scientiste. La delimitazione dei ruoli risulta chiara: «Dai neuroni il pensiero/ dai nostri corpi l’amore:/ anche la metafisica è figlia della materia». L’enunciato non lesina certo termini del metalinguaggio scientifico (“fotoni”, “grande attrattore”, “cromosomi”, ecc. ) ma l’impulso creativo li decomprime al momento giusto, consegnandoli alla leggerezza dell’ordine metaforico: «salone da ballo della Via Lattea», «arazzo di stelle». Refrattario alla contemplazione pura, anche se mosso spesso da «terrore e meraviglia», l’excursus di Lidia si assume in proprio la bifrontalità del pensiero, il quale può avere esiti paradisiaci o infernali. Su di esso incombe ad esempio l’ombra del nulla, ogni qual volta sulla scena irrompono questioni drammatiche di natura storica o esistenziale: le civiltà in declino, il rogo di Giordano Bruno, il presentimento della morte. Allora il canto si rapprende, diventa aforisma.

Nuvola riflessa su un’onda sfiora la riva
poi si contrae
richiamata dal mare 

e scompare.
Così la nostra sorte. 

La personificazione, in epoche trascorse, ha rappresentato spesso l’attraente anticamera dell’allegoria. Si pensi soprattutto alla letteratura medievale europea. Ricordate il poemetto Il Fiore, attribuibile a Dante secondo Gianfranco Contini? «L’uom

apella il camin Troppo-Donare;/ E’ fu fondato per Folle-Larghezza;/ L’entrata guarda madonna Ric- chezza,/ Che non i lascia nessun uom passare». E vi risparmierò Falsembiante, Bellaccoglienza e Malabocca.

Attraente, addirittura spassosa in quanto affrancata dal cipiglio di Madonna Allegoria, la personificazione pianta ora le tende nell’universo poetico di Aurelio Buletti come un escursionista sbarazzino, con quel pizzico di moralità che di sicuro non guasta, essendo sorvegliata a vista dallo spirito ludico. Moralità intrecciata a gioco e umorismo: una combinazione che ben si conforma, occorre sottolinearlo, alla tempra poetica dell’autore. Sto parlando della raccolta Regine, 2016, uscita presso la neonata casa editrice ticinese ADV. Spiega l’interessato:

«Prima ci sono state le Contesse […]. Queste le ho nominate Regine perché mi sembrano più bisognose di affetto».

La regina richiama tra le altre cose la scacchiera, e nel libro la simbolica scacchiera diventa un luogo agonistico e di scambi; potremmo immaginare un teatrino dove si assiste a minuscoli incontri e scontri, attrazioni e repulsioni, sorrisi o incupimenti del volto, vittorie, pareggi o sconfitte: un campionario dei caratteri umani e delle relazioni intersoggettive più frequenti, mascherato dalla fictio. Due personaggi-entità a confronto, talvolta affiancati da figure concorrenti o di mediazione. L’incontro è in buona parte motivato dalla ricerca d’affetto, a fini congiuntivi in senso lato, che se anche fallisce in mancanza di requisiti comuni (o paradossalmente per eccessiva compatibilità reciproca, come tra “Facciamola Finita” e “Punto A.Capo”) non precipita mai nel dramma, al limite in un felpato aforisma. Ma i casi possono dimostrarsi anche complicati. Le personificazioni con tanto di nome e cognome vengono costruite di regola su sintagmi già pronti per l’uso – retaggio della tribù – e talmente stereotipati da sprigionare comicità. È l’humour custodito a sua insaputa nel codice linguistico, che il poeta Buletti, come già fecero Palazzeschi o Toti Scialoja, ha una voglia matta di risvegliare.

Viva Luce si getta volentieri
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