La Rivista Del Forte, 12 luglio 2005

Carducci, figlio della Versilia

“Pietrasanta, patria de’ miei padri!… Pietrasanta: bellissima cittadina, con una piazza unica, una cattedrale da gran città, e, sfondo, le Alpi Apuane. E che paese all’interno! Che monti, che verde, che ombre, che fiumi, che ruscelli sonanti freschi sotto i castagni e gli ulivi e gli aranci, e le cave de’ marmi fiancheggiano da tutte le parti il verde.” Parola di Giosuè Carducci, che nacque a Valdicastello, frazione di Pietrasanta, in provincia di Lucca, nel cuore dunque della Versilia, in una notte d’estate fra il 27 e il 28 luglio 1835.

La sua famiglia si sposta poi a Seravezza, paesino al centro del Parco delle Apuane, alla confluenza dei torrenti Serra e Vezza, nel punto in cui si uniscono a formare il fiume Versilia. Dal 1838 al 1848, i Carducci si trasferiscono invece in Maremma, a Bolgheri, frazione di Castagneto Carducci, passando quindi in provincia di Livorno.

E a Bolgheri il pubblico può oggi visitare la casa ove Giosuè visse bambino, e passeggiare lungo quel viale dei cipressi che l’ode “Davanti San Guido” ha reso celebre. Sulle prime pendici delle colline metallifere si trova, viceversa, Castagneto Carducci, feudo dei Signori della Gherardesca dal XII secolo fino al 1749, quando divenne un comune autonomo. Ebbene, in questo borgo il poeta abitò soltanto dal 1848 al 1849. E qui ha sede il “Museo Archivio” a lui dedicato e, dal 1992, è stato istituito un “Centro Carducciano”. La Versilia e la Maremma costituiscono quindi lo scenario paesaggistico e l’humus emozionale cui hanno attinto sia l’infanzia che l’adolescenza di Carducci. Ed è probabile – come ha sostenuto il critico Giovanni Getto – che proprio in tale periodo si siano poste le basi dell’esperienza umana e fantastica del poeta. Una circostanza che alcuni suoi versi sembrano appunto testimoniare:

“Oh, quel che amai, quel che sognai, fu invano.

E sempre corsi, e mai non giunsi il fine;

E dimani cadrò. Ma di lontano

Pace dicono al cuor le tue colline

Con le nebbie sfumanti e il verde piano

Ridente ne le piogge mattutine. ”

Un astro, quello della poesia, che senza dubbio rappresentò il fulcro dei suoi impulsi creativi. Tuttavia Carducci non fu solo un poeta. Innumerevoli furono i suoi successi in ambiti culturali disparati. Laureato in filologia e filosofia alla Normale di Pisa, insegnò prima retorica al ginnasio di San Miniato; poi greco, italiano e latino al liceo di Pistoia. Nel 1860 ottenne la cattedra di eloquenza presso l’Ateneo di Bologna e la conservò sino al 1904, due anni prima di essere insignito del Nobel. E ancora: traduce i romantici tedeschi; fonda un periodico letterario, “Il Poliziano”; per l’editore Barbera di Firenze, cura una serie di introduzioni a opere di poesia; pubblica diversi saggi che mettono in luce le sue straordinarie doti di critico; prosatore icastico e dottissimo, ed epistolografo di commovente umanità – soprattutto nelle sue missive d’amore – lascia ben ventidue volumi di lettere; acuti e modernissimi i suoi pamphlet polemici e giornalistici. Infuocata, mutevole e talvolta contraddittoria la sua linea politico-ideologica. Anti-romantico, irredentista, massone, fu un agguerrito anticlericale, prova ne siano tra l’altro l’Inno a Satana del 1863 e le Polemiche sataniche, pubblicate nel 1869.

Democratico, repubblicano e addirittura filo-garibaldino, si avvicinò al movimento operaio e, nel 1872, aderì alla sezione italiana della I internazionale. Abbracciò infine la causa monarchica e, nel 1891, venne nominato senatore.

Vittima di una natura atrabiliare – malinconica e collerica – ma capace comunque di grandi slanci, doveva avere un animo infelice e tormentato, come questi passi sembrerebbero dimostrare: “L’Europa è marcia, marcia… è una malattia per sé, sentirsi sani e forti in questo marciume.” “Combattimenti a morte con gli strani mostri che nel buio vengono su da la palude dell’animo mio.” “Sono triste, triste, triste fino alla morte; e son quasi disperato di me e del mio avvenire e d’ogni consolazione.” “Tutto è grigio, e tutto si scolora, dentro e fuori di me!”

Carducci forse covava dentro sé una traccia di quello stesso mal di vivere che spinse il fratello Dante a suicidarsi all’età di ventuno anni. Colpito da paralisi parziale già dal 1899, Giosuè morì invece a settantun anni, il 16 febbraio 1906. E le sue spoglie furono sepolte – non senza polemiche – nella Certosa di Bologna.