Alberto Madricardo

Cara Lidia, pur con i miei tempi biblici ho completato la lettura della tua riduzione teatrale di Eros, il dio lontano – Visioni sull’Amore in Occidente. Per me la parte migliore, più affascinante, di ciò che scrivi è sempre quella cosmico – visionaria. Lì riesci a produrre sintesi creative di grande efficacia e nitore, nelle quali provo piacere a far sguazzare il mio pensiero. La libertà è proprio questo senso di intatta potenza che le tue “cosmogenesi”  fanno vivere al lettore. Gli danno i senso di stare, grazie alla sbalorditiva potenza della parola, dalla parte del creatore: di chi agisce, non di chi subisce l’essere. Quando ti avvicini al presente, allora si sente un po’ di  “fatica”. Meno innocente, perché porti su di te le ferite della vita non del tutto rimarginate, qualche volta resti schiacciata dal suo peso.

E’ vero, l’uomo e la donna sono in crisi, nel senso che il loro rapporto tradizionale è diventato insostenibile, e, se hanno un po’ di sensibilità, stanno negli stolti cliché in cui il senso comune li racchiude come dentro un toro di Falaride.  Ci sono  anche gli sciocchi che in questi stereotipii si trovano a loro agio, perché devono solo uniformarvisi e possono fare a meno di pensare.
Quando un’oppressione  è spezzata e gli oppressi celebrano – credono di celebrare  – la loro conquistata libertà, cosa fanno?  Bruciano i castelli dei nobili, ma non prima di averne preso i vestiti ed esserseli provati: le contadine i cappellini e i vestiti delle signore, gli uomini le camicie di seta e le giubbe preziose dei padroni. Vi si pavoneggiano. Imitano i loro padroni.
Il primo “movimento” della liberazione è quello del “meccanico” scambio delle parti: l’oppresso si atteggia come l’oppressore e viceversa: l’oppressore cerca di mimetizzarsi assumendo le movenze dell’oppresso.  Ma nello scambio delle  parti non è successo  ancora davvero nulla. Sono cambiati i termini del rapporto, non il rapporto.
Qui sta il vero problema: cambiare il rapporto. Che vuol dire, secondo me (ma credo anche secondo te, perché fai un accenno in questo senso)  scoprire la non – (non solo) specularità di uomo e donna. Ciascuno di noi  non è solo l’immagine riflessa dell’altra, perché in questo caso combacerebbe e sarebbe assorbita dall’altra: infine non rimarrebbe nulla, né dell’uno né dell’altra.  Mentre solo dalle irriducibili eccedenze, grazie alle parti di noi che restano fuori della reciproca identificazione, che obliquamente si sfuggono, può avvenire la generazione. Non dobbiamo mai dimenticare che il rapporto uomo – donna non è finalizzato alla realizzazione della reciproca specularità tra i due, ma essi devono solo “sfiorarsi” (letteralmente passare come una carezza  sul fiore  dell’altro)  e fermarsi, trovare appagamento, in un “terzo”.
Nei rapporti che non danno luogo alla generazione fisica deve esserci un altro tipo di generazione: la coppia sterile non dura. Felice è la coppia che sa generare un figlio nello spirito, il quale nasce non dalla loro specularità, ma dalla loro riconosciuta differenza.
Alberto Madricardo