AffarItaliani, 27 marzo 2014

Il commento/Dal “kalòs kai agathós” alla religione della bruttezza

Nazioni, razze, cultura, idiomi, tradizioni: nulla della specificità dei popoli europei dovrà sopravvivere. Dal tritacarne dell’omologazione non uscirà che una gelatina indistinta. Il pensiero unico è strumentale e prodromico all’instaurazione del mercato globale…

Sul volo da Milano a Muscat, capitale dell’Oman, osservo incredula le immagini deformi che animano un programma di cartoni per bambini, intriso di violenza e di un’oscura disperazione. Frankenstein di Mary Shelley, gli studi caricaturali leonardeschi e “l’allegra brigata” di mostri partorita dalla fantasia di Omero risulterebbero, al confronto, modelli di armoniosa simmetria, e quasi messaggeri di serenità.

A seguire il filmato, una graziosa, introversa bimbetta italiana. Sua madre, seduta accanto a lei, commenta entusiasta: “Che bei personaggi! Ti piacciono, tesoro?” La piccola non risponde e rimane perplessa, in silenzio. Il suo istinto ancora incontaminato le avrà suggerito che ben altra cosa è la bellezza?

Se tali sequenze producono, nella mia psiche adulta, angoscia e pensieri bui, quali effetti negativi potranno sortire sulla mente di un fanciullo? Come mai gli esperti di psicologia dell’età evolutiva non hanno rilevato e denunciato un simile pericolo? E’ assai probabile che se questa donna in miniatura, influenzata da visioni così ripugnanti, comincerà a soffrire di incubi notturni, e disturbi della personalità, verrà imbottita di ansiolitici. E trasformata, suo malgrado, in una precoce, preziosa paziente di psichiatri e industrie farmaceutiche. Un rischio gravissimo. Eppure nessuno sembra preoccuparsene. Un sospetto allora sorge spontaneo: e se invece l’obiettivo fosse proprio quello di crescere una popolazione fragile, pavida, inconsapevole, più facile quindi da manipolare e di conseguenza meno incline alla ribellione? E se, in particolare, l’oggetto di un disegno tanto aberrante fossimo proprio noi europei?

La trappola esistenziale del consumismo, i ritmi alienanti imposti dal progresso tecnologico-informatico e l’assassinio di ogni trascendenza non sono che alcuni dei fattori che concorrono a renderci delusi, frustrati. In un certo senso si potrebbe  sostenere che dopo una fase di ricerca compulsiva del piacere, sia iniziata l’era “post-edonistica” dell’apatia: per l’anima, una condanna all’esilio, in entrambi i casi… Ma di quanti crimini ci rendiamo complici, ogni giorno, con la nostra ignavia e la nostra viltà? Il coraggio di difendere i nostri valori, dov’è finito? O il problema è che in quest’epoca di totale relativismo, ci hanno convinti che non esista più alcun ideale per cui valga davvero la pena di combattere?

Ovunque aleggia una strisciante rassegnazione. Il contagio è trasversale, colpisce i più diversi strati socio-culturali e non risparmia né giovani né vecchi. La gente si comporta come se non avesse più scelta. Lo spazio di manovra concesso a popoli e individui è sempre più ristretto. E in effetti tutte le decisioni cruciali sul nostro futuro sono già state assunte da altri.

Mark Twain ha scritto che, se votare servisse a decidere qualcosa, non ci consentirebbero di votare. Sulle questioni di vitale importanza per l’integrità fisica e morale del nostro Paese – politica estera, ruolo della Nato, interventi militari, sovranità territoriale e monetaria – il parere dei cittadini italiani è escluso in partenza, talvolta addirittura per legge, (art.11 della Costituzione). Oppure viene di fatto ignorato, come accaduto con il referendum sull’abolizione del finanziamento ai partiti.

L’opinione pubblica non ha voce in capitolo nemmeno su temi-chiave quali l’immigrazione, la riforma della scuola, la gestione della sanità pubblica, il contenuto dei programmi Tv, gli scempi edilizi… Il sistema é ben congegnato. I politici si scannano su futili controversie e scialacquano denaro pubblico. Le loro liti, perversioni e ruberie colonizzano la rete, occupando lo spazio-tempo dell’universo mediatico. Notiziole di ordinaria miseria vengono ammannite al grande pubblico – curioso ormai solo di gossip e “stragi domestiche” – per illuderlo di essere ammesso dietro le quinte della storia.

Nel frattempo i proconsoli dell’impero atlantico disperdono il patrimonio dello Stato, favoriscono le multinazionali a danno della nostra economia, svendono la Banca d’Italia agli istituiti di credito privati, eseguendo perciò alla lettera le istruzioni impartite da quella cupola mondialista che l’antropologa Ida Magli, nel suo nuovo lucidissimo saggio intitolato “Per difendere l’Italia”, ha definito “Laboratorio per la distruzione”.

Ridotti in schiavitù da un apparato bancario senza scrupoli e da questo fisco di stampo mafioso, traditi da governanti incompetenti, corrotti, asserviti ai poteri forti, senza più protestare, e orfani di ogni speranza, ci incamminiamo in buon ordine verso il baratro, mesto capolinea della nostra civiltà millenaria.

Nazioni, razze, cultura, idiomi, tradizioni: nulla della specificità dei popoli europei dovrà sopravvivere. Dal tritacarne dell’omologazione non uscirà che una gelatina indistinta. Il pensiero unico è strumentale e prodromico all’instaurazione del mercato globale. Il pluralismo si risolve in una truffa demagogica, imbastita per instillare nelle masse la convinzione di aver conquistato autonomia decisionale e libertà di azione.

La democrazia si traduce in demo-plutocrazia. Nel regno del capitalismo, chi non possiede denaro non è investito di alcun potere: la politica soggiace ai diktat dell’economia; i mezzi d’informazione sono proprietà delle banche; chi si ribella alla tirannide del “politicamente corretto” viene censurato, irriso, demonizzato; lo psico- reato di orwelliana memoria ha traslocato nella realtà.

L’avanzata del mondialismo procede a tappe forzate e schiaccia l’umanità sotto i suoi carri armati camuffati da supermarket, anestetizzando le coscienze e azzerando in noi europei persino gli istinti fondamentali, come quelli dell’appartenenza etnica e linguistica, dell’identità sessuale, della procreazione secondo natura.

L’istupidimento informatico degli adolescenti – acuito dalla mancanza di orizzonti spirituali e da una diffusa ignoranza, in parte imputabile alla disaffezione per la lettura – contribuisce a ottenebrare nei giovani lo spirito critico e ad alimentare in loro un misto di malessere, disperazione e straniamento, che troppo spesso li induce al consumo di droghe, all’abuso di alcool e a praticare un sesso anonimo, meccanico, mercenario.

La filiale europea del cosmopolitismo ha inoltre pianificato la graduale abolizione dai piani di studio di materie come arte, storia, geografia, filosofia, musica, greco e latino: se la meta da raggiungere è la mescolanza razziale e la negazione delle identità nazionali, che senso avrebbe infatti conoscere le proprie radici?

In quest’ottica, sentimenti come l’aspirazione innata alla bellezza, l’amore per la cultura, l’anelito a un sano equilibrio interiore – oggi considerati eversivi, in quanto pericolosamente non egualitari – vengono sradicati con ogni mezzo possibile.

Distorti o accantonati i consueti criteri di giudizio estetico, ciò che è bello non è più bello e, in automatico, il brutto prende il posto del bello. Si tratta di un paradosso diabolico, una sorta di ambiguo sillogismo fondato su una falsa premessa. Come i manichini di donne anoressiche e senza volto – fasulli vessilli di fascino femminile – esposti nelle vetrine delle nostre città.

Il sovvertimento dei valori si è poi esteso al territorio etico: ciò che era giusto, e saggio, è diventato ridicolo, reazionario, anacronistico; comportamenti prima ritenuti malvagi, antisociali, adesso sono giudicati normali, auspicabili, addirittura “trendy”.

Il potere di modificare la realtà non è dunque appannaggio esclusivo dei regimi totalitari. Anche l’ideologia democratica impiega armi ingegnose per condizionare il destino dei popoli. Da decenni, milioni di stranieri non assimilabili, e fonte per la collettività di ingenti spese, entrano a sciami nel nostro Paese. Però noi, quotidianamente catechizzati sui “doveri” dell’accoglienza, sopportiamo l’invasione senza reagire. E ospitiamo addirittura “i rifugiati”, cancellando così la base stessa delle convivenza internazionale, cioè il principio di non ingerenza tra gli Stati.

Immersi nel polverone sollevato dalla propaganda di regime, non riusciamo nemmeno più a riconoscere il nostro nemico principale, quel grande burattinaio – spietato, proteiforme, ubiquitario – che da un lato ha già decretato la nostra fine e dall’altro si cela dietro la maschera benevola delle “missioni di pace” e dei diritti universali. Le oligarchie occidentali, mentre vestono i panni di gendarmi del mondo e paladini di giustizia, perseguono precisi interessi geopolitici, mirati alla conquista delle risorse energetiche, e non solo. E nel perseguire tale scopo orchestrano, a un ritmo via via più serrato, manovre destabilizzanti ad hoc (vedi: Primavere Arabe, Siria, Ucraina, etc.).

Seppelliti il vaticinio della Pizia e la predica della domenica, archiviati i ragionamenti fondati sulla logica, liquidato il rigore nell’indagine storica, verità confezionate a tavolino si mutano presto in dogmi, creando un clima di generale mistificazione e di cortocircuito mediatico, dove la menzogna, non più sottoposta al vaglio di un un onesto contraddittorio, risulta ormai fuori controllo, libera di prolificare in tutta la sua tracotanza e diffondersi a dismisura. Un meccanismo scellerato, e astutissimo, su cui appunto si reggono anche le sorti e gli intrighi della politica internazionale, come magistralmente spiegato da Paolo Sensini, nel suo recente “Divide et impera: strategie del caos per il XXI secolo in Vicino e Medio Oriente.”

E dalla fucina della falsificazione, ecco ora la più subdola delle rivoluzioni: sbaragliata l’autentica bellezza, la bruttezza in ogni campo, indisturbata, conquisterà il mondo. Poiché quando non avremo più l’opportunità di contemplare la bellezza, non sapremo neanche più concepirla. Gli splendidi paesaggi della nostra penisola non hanno forse ispirato la grande pittura italiana del Rinascimento?

Ingenuo del resto ridurre la bellezza a mera questione estetica. In ogni disciplina ove il pensiero creativo dell’uomo occidentale si è espresso al massimo grado – filosofia, arte, architettura, scienza, letteratura, musica, poesia… – la bellezza è onnipresente. Non solo in quanto humus. E principio ispiratore. Ma anche nella sostanza.

Con buona pace degli antichi greci, che già avevano intuito e collaudato l’equivalenza concettuale fra etica ed estetica, confluita nella famosa formula del “Kalòs kai agathós” (bello e buono), la neuro-estetica ha infine dimostrato che un quadro orrendo sollecita in noi la medesima area cerebrale di quando proviamo paura. I massimi capolavori pittorici o musicali della classicità stimolano viceversa gli stessi circuiti neuronali che si attivano nel vivere un amore romantico. I risultati di un esperimento condotto mediante risonanza magnetica funzionale da ricercatori dell’University College London – di recente pubblicati sulla rivista “Frontiers in human neuroscience” -, hanno confermato che, davanti a una “bella equazione”, paradigmatico simbolo di ordine cosmico, la corteccia pre-frontale di un matematico “si accende”.

Chi vuole a tutti i costi imporci la dittatura della bruttezza intende insomma deviare a proprio vantaggio anche i meccanismi filo-genetici che presiedono al funzionamento del cervello umano?