AffarItaliani, 24 febbraio 2016

Damnatio memoriae per Ida Magli – articolo a firma di Lidia Sella – Milano, 24 febbraio 2016

I media – tranne rare eccezioni – hanno passato sotto silenzio la morte di Ida Magli.

Quasi un ordine di scuderia impartito dal quel potere mondialista che lei aveva definito “laboratorio per la distruzione”. Una sorta di “damnatio memoriae” nell’era della comunicazione di massa. Con effetto immediato.

Ma non è un caso.

Ida Magli è stata la più grande antropologa italiana, studiosa di fama mondiale, una mente da premio Nobel e pubblicazioni tradotte in molte lingue. Però si era macchiata di una grave colpa. A partire dagli anni Novanta, aveva infatti osato imboccare la strada del “non politicamente corretto”.

Scienza, musica, letteratura, storia, filosofia, politica: era versata in ogni campo del sapere. Tuttavia la sua non era fredda erudizione. Metteva il cuore in ogni riga che leggeva, in ogni frase che pronunciava. Le sue indagini rigorose, un coraggio da leone, l’arma acuminata della parola, e un amore sconfinato per la civiltà italiana, per il nostro genio creativo: così ha combattuto il regime

oscuro che ci domina tutti.

Per gli italiani, progettava la fuga dalle carceri orwelliane. In fondo, non ha mai smesso di credere che prima o poi qualcosa di buono sarebbe accaduto. Nonostante sia rimasta delusa prima dalla sinistra, poi dalla Lega, infine dai 5 stelle.

Qualche volta mi scriveva mail dal tono ironico, eppure disperato, nelle quali mi chiedeva di aiutarla a organizzare una sommossa. Avrebbe imbracciato volentieri il fucile, se ancora ne avesse avuto la forza. E forse, seppure anziana, quella forza l’avrebbe trovata davvero. Perché, da antropologa, si rendeva conto che la nostra cultura era un dono troppo prezioso per non preoccuparsi di tutelarlo. Millenni di splendore intellettuale arenato sulle secche dell’usura, e del malaffare: un epilogo tanto tragico non poteva accettarlo. Allora correva ai ripari, a caccia di argomentazioni affilate e immagini efficaci, per spiegare la tempesta che le attraversava l’anima. E ora i suoi ragionamenti lucidissimi brillano come stelle che indichino ai naviganti la via per non sfracellarsi sugli scogli. Sin dall’inizio strenua avversaria di Maastricht, aveva ravvisato in certe scelte sciagurate opera dei governanti europei, e dei loro cloni seduti al Parlamento italiano, il pericolo più grave per l’integrità di un popolo. Considerava infatti demenziale, autolesionista, e contro-natura la rinuncia alla sovranità territoriale e monetaria, condannava la perdita di identità culturale, guardava con preoccupazione e sospetto alle ondate migratorie che soffocano il Vecchio Continente, era contraria al melting-pot globale e, per lei, “le missioni di pace” erano semplicemente guerre. Si è scagliata contro l’ambiguità sessuale, assimilava l’omosessualità alla morte, provava orrore per le politiche dirette all’integrazione dei transgender, ha stigmatizzato il pensiero unico, le sue censure e le leggi liberticide, si stupiva che nessuno, nemmeno il clero, si opponesse ai trapianti d’organo, quando l’espianto del cuore avviene a cuore battente.

Ha smascherato i giochi loschi delle lobby al potere, ha attaccato le banche, le multinazionali, i governi occidentali, la massoneria, le case regnanti, e persino la Chiesa. Li ha accusati di connivenza, ignavia, incompetenza, disonestà, malafede, ma solo dopo aver esibito prove schiaccianti dei loro crimini e misfatti.

Ecco perché l’intellighenzia di regime ne ha decretato l’isolamento. Per evitare il rischio che il suo pensiero rivoluzionario si diffonda come un virus capace di scatenare pandemie. Perché in effetti, con il grimaldello delle sue idee, la costruzione di questa Europa fasulla, e asservita agli interessi americani, potrebbe cadere come un castello di carte.

In una dedica al libro-intervista con Giordano Bruno Guerri, Ida mi ha scritto: “Sogni e lampi di realtà visionarie”. Un’espressione paradigmatica del suo modo di sentire: da un lato, alimentava in sé la fede in un futuro di rinascita; dall’altro, stemperava la sua stessa speranza, nel timore scaramantico che quei sogni non si realizzassero.

Basterebbe leggere alcuni suoi libri, La dittatura europea, Dopo l’Occidente, Difendere l’Italia, per capire come salvarci dalla catastrofe, dall’imminente crollo della nostra civiltà. Lì dentro ci sono tutte le ricette per smettere di essere sudditi.

Però, evidentemente, chi ci comanda ha il terrore che qualche ribelle scalmanato possa infiammarsi nel leggere quelle pagine infuocate. Ecco il motivo per cui si è parlato così poco della tua morte, mia adorata, geniale Ida. Del resto, come sempre, avevi già previsto tutto. Anzi, l’avevi anche scritto, ricordi?

“Gli ideatori e costruttori dell’Ue – economisti, banchieri, politici sono stati attentissimi a non lasciare aperto neanche uno spiraglio in cui potesse prendere piede il pensiero critico, la riflessione, o anche soltanto un dubbio.”

A me mancherai tantissimo, dolce Ida, con il tuo entusiasmo, la tua sensibilità, la tenacia e lungimiranza. Ci mancherà la luce del tuo faro, la tua rabbia e l’amarezza di fronte a questo declino che sembra inevitabile. Ma forse purtroppo non mancherai agli Italiani. Non possono certo immaginare, poveretti, fino a che punto li hai amati, quanto hai lottato, sofferto, sperato per loro. Per cambiarne il destino, ove ancora se ne presentasse l’opportunità.

Magari un giorno, nel mare in burrasca, troveranno però quel tuo messaggio nella bottiglia, in cui li esortavi così: “Dobbiamo ricominciare a credere e combattere per capovolgere la situazione di angosciosa agonia nella quale ci troviamo, e lavorare al ripristino della forza e dell’identità del popolo e della nazione italiana.”